Werner Bishof

da | Mag 5, 2021 | Autori | 0 commenti

Contrariamente ai sui colleghi odiava farsi chiamare fotoreporter, e in effetti forse non lo era proprio, o meglio, era qualcosa di più complesso e di più completo.

Lui stesso si definiva un “artista” , sicuramente era un’ intellettuale e proprio il suo vasto bagaglio culturale ed esperienziale lo ha reso uno dei fotografi più sensibili , eleganti ed attenti che la storia della fotografia abbia mai conosciuto.

A tratti “poeta”, uno “scrittore anti sensazionalista” che preferiva concentrarsi sul “dietro le quinte” degli eventi ,distinguendosi dai classici reportagisti del tempo alla ricerca dello scoop.

Una fotografia, quella di Bishof che necessita tempo e ascolto delle scene, dove nell’ intensità dei momenti comuni, ritrae soggetti silenti donando voce agli inascoltati e ad’ una realtà poco visibile.

Nasce il 26 aprile del 1916 a Zurigo in cui trascorre gran parte della sua giovinezza, l’amore per la fotografia si sviluppa grazie alla passione amatoriale del padre, che nonostante gestisca un azienda farmaceutica, riesce ad incuriosirlo e così, a 16 anni, incomincia a studiare fotografia da Hans Finsler laureandosi nel 1936.

Poliedrico ed interessato a molte forme d’ arte ,nella prima fase, dopo l’ apertura del suo studio a Zurigo ,lavora in ambito pubblicitario ma poco dopo decide di andare a Parigi per diventare pittore.

Questo non succederà , la guerra incombe.

Dopo il termine della leva militare in Svizzera , comincia a fotografare per la rivista “Du” pubblicando lavori inerenti alla moda e pubblicità ma dopo poco , osservando ciò che gli sta accadendo intorno, la sua attenzione emotiva incomincia a spostarsi altrove…

Impressionato dai risultati distruttivi della guerra, commissionato da Die Schwizer Spende parte per un lungo viaggio a documentare la vita post bellica in Europa, e nel 1949 entra nella prestigiosa agenzia Magnum continuando a viaggiare e lavorando per importanti riviste come Life, Picture Post ed Epoca .

L’ inizio degli anni “50” lo portano in Asia , terra che poi amerà in modo assoluto e sarà fondamentale per la sua carriera , per la sua crescita umana , personale e professionale; prima in India dove per sei mesi documenta la carestia in Bihar.

Questo lavoro gli darà un riconoscimento internazionale grazie ad un’ importante pubblicazione su Life.

Dopo, con Magnum viene mandato in Corea per documentare il fronte ma sarà il Giappone ad introdurlo in un mondo a lui più consueto, più familiare, dove forma e contenuto rispecchiano i suoi insegnamenti accademici e la sua natura interiore.

In Giappone trova tutti gli elementi che appagano il suo senso di scoperta e ricerca zen, dove spazio tempo e forme

si muovono in sinergia in una danza perfettamente equilibrata.

Grazie a questo e all’ aiuto del suo amico e fotografo giapponese Lhei Kimura , vive il paese senza farsi condizionare da esotismo e clichè , riuscendo a scattare immagini di una struttura granitica e una forza comunicativa potentissima e nel totale rispetto degli ambienti e della naturalezza dei soggetti.

Tutto questo lo porterà a vivere in Giappone per più di un’ anno.

Successivamente, sempre con Magnum parte per l’Indocina e anche questa volta si allontana dall’ epicentro del fronte per addentrarsi nella più defilata Barau dove fotograferà “la gente comune” e il quotidiano.

In Bishof incomincia a costruirsi sempre più prepotentemente un forte disprezzo per il fotogiornalismo e incomincia a vederlo come una gabbia per la sua libertà di espressione.

Quello che è certo è che osserviamo il lavoro di un’ uomo che non è stato solo un fotografo ma un’ attento esploratore del comportamento umano nel proprio ambiente e nell’ esistenza.

Molto colleghi affermano che per Bishof era consuetudine studiare il territorio , la storia , prendere appunti , disegnare recuperare oggetti e comprenderne il significato ai fini di entrare dentro la vera esperienza del “viaggio” ; tutto questo probabilmente, è stato ciò che gli ha permesso a sigillare nei suoi fotogrammi quella sensazione di verità disarmante che a volte poco colpisce ed impressiona a prima vista ma che congela nel tempo piccoli gesti e comportamenti appartenenti ad un linguaggio universale che non ha tempo.

Siamo nel 1954 e per Magnum vola in Sud America , accidentalmente , in Perù muore precipitando con l’ auto in un escursione sulle Ande all’ età di 38 anni .

 

 

 

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